Festival dell'Oriente 2026

05.05.2026

Per me il Festival dell'Oriente è, ogni anno, un appuntamento a cui non posso mancare. Lo seguo da sempre, da quando è nato: a volte come operatrice, a volte come espositrice, a volte semplicemente come viaggiatrice dell'anima. Perché in fondo è questo che mi succede ogni volta che ci entro: non faccio solo una visita, parto. Parto con la memoria, con i sensi, con il cuore. Mi ricorda i miei viaggi, la mia passione per le altre culture, il fascino che ho sempre avuto per i mondi lontani. E mi riporta anche ai miei anni da giornalista, quando già tra gli anni '80 e i primi '90 raccontavo il Sud America, la cultura latinoamericana, i primi passi della salsa, del merengue, del son cubano, delle scuole, dei maestri, dei primi spettacoli, delle ospitate in TV. Mi piaceva fare da ponte tra mondi: tradurre una cultura, spiegarne il ritmo, l'anima, la bellezza. Poi la vita mi ha portata ancora più lontano. E soprattutto, più dentro. Il mio anno sabbatico in India è stato una soglia. Lì ho incontrato una nuova me. Lì l'Oriente è entrato davvero nella mia pelle. In realtà, il richiamo era iniziato già prima, con il Reiki, che fu il mio primissimo amore nel campo delle energie sottili. Mi affascinò subito la possibilità di percepire l'energia, muoverla, ascoltarla, lasciarmi trasformare. Da allora tutto questo non mi ha più lasciata. Un luogo dove i sensi si risvegliano. Ecco perché il Festival dell'Oriente per me è così importante: perché è uno di quei luoghi dove i sensi si risvegliano tutti insieme. Gli odori, prima di tutto. Gli odori delle spezie, degli incensi, delle resine, degli oli, delle materie vive che ti riportano immediatamente in ambientazioni uniche, in ricordi lontani, in atmosfere che sanno di unità, di armonia, di altrove. E poi la musica. I Paesi che amo sono Paesi musicali. Il Sud America, per me, ha avuto un amore speciale nel Brasile, dove la musica è vita, respiro, corpo, strada, comunità. È uno strumento di felicità, di presenza, di appartenenza. In un mondo perfetto io la musica non la farei mai mancare. Così come non farei mancare gli odori, i profumi, le spezie, i gesti del benessere. Dal profumo si passa naturalmente agli oli, agli elisir, alle essenze. E lì davvero compreresti tutto. Proveresti tutto. Regaleresti tutto. Perché ogni stand sembra dirti: esiste una cura, una bellezza, un sollievo, una vibrazione giusta per ogni necessità. Benessere, incontri e nuove atmosfere. E poi c'è il mondo del benessere, che quest'anno è stato particolarmente ricco. Le mie carissime sorelle d'anima, Shaula Alessia e Daniela Maj, hanno dato il meglio di sé in questi sei giorni intensi del Festival dell'Oriente 2026, che è stato davvero un grande successo. Quest'anno l'allestimento si è ampliato con una bellissima novità: i corridoi esterni dedicati all'Africa, con artigianato, cultura, musica e cibo, e poi il Sud America, con il palco e l'animazione latinoamericana. Lì ho perfino ritrovato Kiko, oggi grande animatore cubano, che vidi agli inizi, quando muoveva i primi passi. Anche questo, per me, è il bello: ritrovare i fili, vedere il tempo che passa e insieme sentirne la continuità. E poi i massaggi, per tutti i gusti e per tutti i corpi: dai più fisici ai più sottili.  

Le novità da portarsi a casa.

Ci sono poi le piccole scoperte da portarsi a casa. Quest'anno, per esempio, mi sono innamorata di un piccolo olio benedetto di menta pura, senza additivi e senza alcol: un vero pronto soccorso da borsetta per la cervicale. E poi le piantine, le composizioni adatte a bambini amanti del giardinaggio con faccine buffe e capelli di erba gatto, sono dettagli incantevoli, tutti quegli oggetti che ti fanno venir voglia di riportare a casa non solo un acquisto, ma un frammento di atmosfera. Giappone, Irlanda e Indiani d'America. Naturalmente non è mancato il Giappone, che per me resta una calamita. Pokémon, ninja, samurai, spettacoli strepitosi, ma anche quella delicatezza unica fatta di tazzine, dolci, gesti, estetica, misura. Tokyo, lo sento, sarà una delle mie prossime tappe vere. Per ora l'ho solo rimandata, ma intanto me la sono assaporata al Festival spupazzandomi la mia piccola Tokyo, batuffolo di amore. Tra le scoperte più particolari che ho riportato con me, però ce ne sono due che meritano un racconto a parte: un frammento di quello che viene chiamato Ferro del Cielo dei Faraoni e un Anello Atlantideo, legato alla tradizione dei sigilli di protezione. Non sono semplici oggetti da esposizione. Sono materiali che parlano di antiche conoscenze, di geometrie sacre, di forme d'onda, di protezione e di quel dialogo misterioso tra cielo e terra che da sempre mi affascina. 


Il Ferro del cielo, collegato alla memoria dei metalli meteoritici usati nell'antico Egitto, porta con sé l'immagine potente di una materia venuta dalle stelle. L'Anello Atlantideo, invece, richiama un disegno geometrico considerato nella tradizione radionica un sigillo di protezione e riequilibrio.

Da questi due incontri è nata un'idea che sto già accarezzando; costruire uno strumento radionico personale. Ne parlerò presto in modo più approfondito, con un piccolo reportage dedicato proprio a questi materiali straordinari: da dove arrivano, cosa rappresentano, quale memoria portano e come possono diventare, se usati con consapevolezza, strumenti di centratura e ricerca interiore.

E poi una parentesi deliziosa: il settore irlandese. Musica, atmosfera, e direi una delle migliori pinte assaporate negli ultimi tempi. Dalla musica country alla musica pop-country, fino ai grandi classici riproposti da una band davvero strepitosa. E per finire, come non lasciarsi chiamare dal villaggio degli Indiani d'America? C'era uno sciamano che faceva pulizie energetiche con fumigazioni e piume. E io, naturalmente, non potevo non fermarmi. Ormai l'avrete capito: io non mi faccio mancare niente. Sono curiosa, sono viaggiatrice, e mi affascina tutto ciò che, anche solo per un attimo, mi fa sentire parte del tutto. Ogni anno ritrovo una parte di me. Forse è proprio questo il punto. Il Festival dell'Oriente, per me, non è solo un evento fieristico, né solo un contenitore di culture. È un luogo dove ogni anno ritrovo una parte di me: la giornalista, la viaggiatrice, la ricercatrice, la donna che ama le energie, i profumi, la musica, i popoli, i simboli, i rituali, il benessere, la bellezza del mondo quando si lascia attraversare senza pregiudizi. Ci sono poi inevitabilmente gli incontri, quelli magici. C'è il cibo di tutti i Paesi. Ci sono colori, suoni, odori, volti, mani, danze, tamburi, incensi, spezie, racconti. E ogni volta ne esco così: un po' più piena, un po' più ispirata, un po' più in viaggio.

Forse il Festival d'Oriente è questo: un luogo dove non si va solo a guardare, ma a ricordare. Ricordare che il mondo è grande, che l'anima ama viaggiare e che ogni cultura, ogni suono, ogni profumo può riaprire una porta dentro di noi!

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